Abitare il Pilastro: dopo il primo successo continua la riflessione sulle periferie

sala atelier urban center

«Simpatica e coinvolgente» alle 19,30 chiedo un commento alla mia vicina di casa che, come abitante del Pilastro, ha partecipato a tutte le iniziative in programma sabato 5 marzo.  « Una bella giornata. E’ andato tutto benissimo».  Centinaia di persone hanno partecipato ed anche il convegno Abitare il Pilastro, l’iniziativa meno popolare fra quelle in programma, è stata apprezzata. Sala strapiena, persone attente, anche in piedi. Particolare attenzione ed emozione hanno suscitato i racconti dei protagonisti, e l’intervento del Presidente del Circolo Fattoria che, in pochi minuti, ha sintetizzato la propositività dei cittadini del Pilastro. Infatti in questa periferia, un punto di forza è sempre stata la capacità di associazioni dei cittadini ed istituzioni territoriali di condividere obiettivi comuni, magari dopo discussioni e  confronti anche aspri. Partecipazione come leva dell’integrazione?

 

urban centerContinuiamo il ragionamento con  l’Architetto Noemi Piccioli, cresciuta al Pilastro dove ha deciso di vivere con la sua famiglia, e autrice di una delle prime tesi d’urbanistica sul caso Pilastro.
Domanda:  Abitante e cittadina attiva sul territorio, tu sei anche un esperto di urbanistica; il convegno ha approfondito sia la storia che le emergenze. Che ne pensi?
N.P:  Il Pilastro è un quartiere nato,  sviluppato e cresciuto in diverse epoche seguendo, però, una progettazione, un pensiero. E’ stata un’opportunità per noi tecnici di riflettere sulle cose positive o meno del disegno urbano che ha governato lo sviluppo del Pilastro. E’ stato interessante anche per i non tecnici protagonisti di proposte e arricchimenti sull’abitare al Pilastro.
Domanda: Le periferie: oggi è all’ordine del giorno riflettere sulla qualità della vita degli abitanti, sulla reale integrazione degli immigrati ( di ieri e di oggi ). Le scelte urbanistiche e architettoniche che hai analizzato nella tua tesi, che effetto hanno avuto? Riflettere su questo può aiutare il Comune di Bologna e i suoi tecnici a migliorare la capacità di intervento?
N.P: Assolutamente  sì. Come dicevo prima,  la progettazione di questa periferia ha sempre avuto un’ottica di integrazione  sia dal punto di vista delle nuove emergenze sociali, sia come miglioramento delle criticità lasciate aperte dalle scelte precedenti. Ritengo che lo studio di questo caso sia utile non solo a livello bolognese, ma a livello dell’elaborazione urbanistica e di architettura italiano  e internazionale.
Lo studio dei vari fattori e delle funzioni della città in questo territorio e le loro integrazioni ha portato a soluzioni innovative. Erano le migliori per quel tempo, ovviamente.
Domanda: E per questo tempo?
N.P: Qui la riflessione si sposta da un altro punto di vista. Penso che bisognerebbe mettere allo stesso tavolo di progettazione i tecnici, gli amministratori e anche chi di cambiamenti sociali e migrazioni di oggi sia competente. Ti faccio un esempio. L’enorme patrimonio di edilizia pubblica esistente. E’ necessario riflettere sui criteri di assegnazione e non ricreare situazioni di disagio.
Domanda: Nella tua tesi, che ormai è di otto anni fa, parlavi in conclusione di nuovi possibili strategie di connessioni. Nel testo si parla di CAAB. Oggi abbiamo Meraville e presto FICO. Quale può essere la prospettiva di sviluppo?
N.P:
Occorre evitare gli errori del passato. Ti faccio l’esempio del Meraville. E’ stato realizzato alla fine degli anni ’90, quasi dieci anni dopo la sua progettazione. Era già un progetto vecchio, pensato per favorire la connessione della città di Bologna con i comuni limitrofi Granarolo e Quarto, a muro con il Pilastro senza pensare che questo era il territorio su cui andava ad insistere. Questo è stato l’errore. Quello che mi auguro con FICO è che non si ripeta l’errore. Essendo FICO un progetto di rilevanza  internazionale spero non si darà risalto solo a  connessioni fra  la città di Bologna e l’Italia e l’Europa, senza considerare che sarà parte di questo territorio. In particolare, visto le previsioni di flussi che FICO attrarrà,  mi chiedo se le infrastrutture siano sufficienti e se non andrà a collassare il Pilastro che attualmente le utilizza.
Domanda: Cosa fa sì che il Pilastro sia considerato un territorio a parte?
N.P: Nonostante il Pilastro sia un’area con dotazioni urbanistiche fra le più alte, in Italia e anche all’interno di Bologna, il problema principale penso che sia che mancano le connessioni forti fra le varie eccellenze qui presenti nel sociale, nel verde, negli impianti sportivi e negli spazi di aggregazione, oltre alle scarse connessioni con Bologna. E’ lontano dalla città. Ci sono delle barriere architettoniche, come la tangenziale e lo scalo ferroviario,  ma anche mentali che separano il Pilastro anche da zone adiacenti come S. Donnino.  Al Convegno molti pareri sono stati espressi. Sarà interessante rifletterci.

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