Il giornalismo civico del terzo millennio

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I cittadini attivi e il giornalismo: i modi per declinare questo binomio sono infiniti nel terzo millennio, quello in cui la rete ha reso tutti potenziali produttori di informazioni. Dalla nascita del Civic Journalism negli Stati Uniti sono passati meno di trent’anni, ma gli sviluppi di quel modo attivo e costruttivo di partecipare da cittadini attraverso l’informazione alla creazione di luoghi migliori in cui vivere sono stati rapidi e internet ha trasformato fenomeni locali in esempi potenzialmente globali ed esportabili. L’incontro organizzato a Bologna il 12 marzo all’interno di #PrimaveraPilastro2016 ha messo a confronto esempi di protagonismo civico applicato al campo dell’informazione. Con risultati diversissimi che delineano sviluppi futuri altrettanto diversi. Ma una linea comune si intravede: coniuga al giornalismo lo sviluppo sociale, l’ informazione a nuove forme di rigenerazione urbana, di welfare innovativo, di empowerment. Un modo di produrre informazione che produce anche relazionimediazione sociale e ascolto del territorio, destrutturazione degli stereotipi negativi. Lasciamo ora che a parlare siano le esperienze che la Redazione Pilastro 2016, coordinata da Open Group, e Urban Center hanno invitato a Bologna.

Il titolo del seminario era Esperienze di giornalismo partecipativo e iper locale. Grazie alla collaborazione del Servizio Comunicazione della Città Metropolitana di Bologna, sono disponibili i video degli interventi dei relatori:

Francesca Cognetti #sansirostories, storytelling multimediale di una banlieue milanese
Franco Fratto Vicini sguardi notizie e proposte dai Quartieri di Torino
Daniele Fisichella Station manager di  Future Radio, Community radio di Norwich, Gran Bretagna
Rosy Battaglia Fondatrice di Cittadini reattivi, Social media specialist, Blogger sociale
Daniele Tarozzi, Ufficio Stampa e Comunicazione Comune di Bologna. Membro dello staff che segue i social network e la sezione Comunità della Rete civica Iperbole
Redazione Pilastro 2016 insieme a Lucia Manassi, di Open Group, Giornalista, Coordinatrice della Redazione

A coordinare gli interventi Mauro Sarti, giornalista, autore de “Il giornalismo sociale”, che ha aperto i lavori  sottolineando come internet abbia aperto un nuovo spazio per “un giornalismo più vicino alle persone, più concreto, che lascia spazio alle good news e alle parole che i cittadini che vivono il territorio vogliono sentire utilizzare”.
Il primo caso presentato è stato quello che a Milano coinvolge il quartiere San Siro, che condivide alcune caratteristiche con il Pilastro: la concentrazione di edilizia pubblica, di fragilità sociali e lo stereotipo che gli abitanti si sentono addosso. Francesca Cognetti, urbanista del Politecnico di Milano, da qualche anno lavora a San Siro, quartiere a lungo sulle pagine dei quotidiani nazionali con cronache sull’emergenza abitativa, sfratti e occupazioni. Francesca Cognetti, con un gruppo di studenti del Politecnico, ha aperto un osservatorio sull’abitare in condizioni difficili. L’esperienza è nata da un piccolo spazio, sulla strada, diventato un luogo di incontro con gli abitanti che vivono nel quartiere. E’ anche uno spazio di didattica, gli studenti si relazionano con gli abitanti e si confrontano con una realtà molto difficile. Nel progetto sono entrati anche gli studenti del Master di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano, coordinati da Matteo Scanni, un gruppo di lavoro unico di studenti di archittettura e di giornalismo.  “San Siro è un quartiere degli Anni 30, in condizioni di degrado molto forte, dove il 40% della popolazione è straniera”, ha spiegato Francesca Cognetti che ha parlato di 11 mila abitanti, in un contesto con dinamiche interne molto forti e dove il 10% delle case è occupato abusivamente. La rappresentazione mediatica è fortemente legata all’emergenza, alla sicurezza, agli sgomberi, al degrado, alla presenza degli stranieri come degrado. “Un’immagine molto appiattita su certi temi. Il nostro lavoro nasce da una insoddisfazione per come i giornali raccontano questa esperienza. E’ vero che è un quartiere che vive problemi molto gravi ma è anche un quartiere in cui gli abitanti mettono in moto dei meccanismi di auto aiuto, di sostegno, ci sono reti di prossimità di vicinato e noi pensiamo che questa parte del quartiere non venga mai raccontata: le associazioni di volontariato, le persone che si preoccupano di come intervenire in una condizione così difficile. E così nasce l’idea di costruire un sito internet per raccontare l’altra faccia del quartiere, misurarsi con i media, provare a comunicare diversamente quello che studio”. Il sito nasce dallo spazio di dialogo e di racconto di storie degli abitanti aperto sulla strada, una sorta di Spazio di Vicinato, basato soprattutto sull’ascolto.

La seconda esperienza viene da Torino, figlia di un progetto di recupero urbano a cui il Progetto Pilastro 2016 si è ispirato. Ce ne parla Franco Fratto, direttore di Vicini, redazione nata all’interno della Casa del Quartiere Cascina Roccafranca, che ha alle spalle una Fondazione, frutto del secondo recupero urbano della Città di Torino (Urban 2). “Nella Cascina si è creato un polo culturale che aggrega più associazioni”, ci ha raccontato Franco Fratto, “è un facilitatore di nascite di nuove esperienze. Nel 2012 si è costituito un gruppo Comunicazione, formato da moltissime persone con interessi legati al teatro, al cinema…da qui è partita l’idea prima di fare un giornale cartaceo, poi on line, per evitare i costi eccessivi della stampa. Inizialmente dovevamo raccontare Mirafiori Nord e Sud, ora si parla di tutti i quartieri, per fare massa critica di notizie”. Fratto, l’unico giornalista del gruppo, ci ha raccontato le difficoltà di arrivare alle notizie, stretti tra le esigue forze e la fatica di farsi mandare informazioni da cittadini, associazioni e terzo settore. Il sito, che ha anche un plugin per la versione audio delle notizie, vive solo del volontariato delle sette persone della redazione. “I cittadini si pagano tutto il progetto, comprese le ore di lavoro e il dominio. Siamo diventati anche organizzatori di eventi culturali. Siamo sette, è rimasto un nucleo affiatato, ma abbiamo perso nel tempo diversi redattori. Ci vediamo tre ore alla settimana, questo ha tenuto in vita il giornale.”

Da Torino ci siamo spostati nel nord est della Gran Bretagna, a Nortwich, a due ore da Londra. Lì da 12 anni trasmette Future Radio, una community radio di cui è Station Manager Daniele Fisichella. La radio è uno strumento molto duttile e ben prima di internet ha coniugato informazione e partecipazione, a partire dalle radio libere degli anni 70. Il governo britannico nel 2001 ha emanato il “community radio act“, con cui affida al terzo settore la concessione per trasmettere in etere, per garantire la libertà di espressione attraverso la radio. Le community radio, circa 300 in Gran Bretagna,  sono così affidate a persone, ci ha spiegato Daniele Fisichella, “con professionalità nei servizi sociali e nell’assistenza, coprono tematiche diverse, sono tutte diverse tra loro. Il filo conduttore è la grande attenzione per le comunità alle quali fanno riferimento e alle persone a cui si dà possibilità di apprendimento”. Attraverso le radio così si dà ai cittadini la possibilità di imparare nuove tecniche, nuovi linguaggi, di mettersi alla prova, raccontare le proprie storie e abbattere le barriere tra le diverse comunità, si impara a dialogare in un altro modo. Quali sono i formati più utilizzati? Dipende dalla propensione del volontario che partecipa alle attività della radio. “Possono essere programmi musicali, dibattiti o interviste. Fare la radio aiuta moltissimo i cittadini che vogliono imparare e hanno un deficit nella capacità di scrittura, nel linguaggio o nelle relazioni…”. Daniele ci ha raccontato quello che ha potuto constatare in questi anni di lavoro alla radio: “Ho incontrato moltissime persone venute da background di scarsa educazione, persone che non avevano molto da fare nella loro giornata. Attraverso l’impegno alla radio sono usciti dal proprio guscio, hanno iniziato ad avere fiducia nelle istituzioni, nelle associazioni e nelle altre persone e poi finalmente sono entrati nel mondo del lavoro, anche al di fuori della radio”. La community radio ha un ruolo importante anche nella rappresentazione delle diverse comunità che possono prendere direttamente la parola con trasmissioni in polacco, indiano, cinese…

Rosy Battaglia, fondatrice di cittadini reattivi, ci ha raccontato invece come i cittadini possano diventare fonte di inchieste giornalistiche e data journalism. “Sono nata come cittadina reattiva”, ha spiegato Rosy Battaglia, “ho cominciato vincendo un bando che con tremila euro mi ha dato la possibilità di dare vita ad un portale on line su cui ho costruito una prima inchiesta, raccontando le esperienze dei cittadini che in Lombardia vivono sulle aree contaminate e reagiscono alla situazione”.  Ambiente, salute e legalità sono state le parole chiave del progetto. Attraverso la partecipazione dei cittadini che hanno segnalato i siti contaminati in cui i vivevano si è delineata una mappa. “Il progetto è diventato un punto di riferimento delle comunità a livello nazionale. Nell’ultimo anno siamo diventati anche una associazione. All’inizio sono stata sommersa dalle storie, che come giornalista non riuscivo a pubblicare… Poi dal 2014 ho iniziato a pubblicare sul Sole24ore e su Wired, dove è uscita la mia inchiesta sull’amianto. Il lavoro nasce dalla testimonianza dei cittadini e dalla raccolta e dall’incrocio con i dati.” Rosy ha concluso il suo intervento ricordando come il giornalismo mainstream non racconti davvero le persone e la loro vita, per questo ci vuole il giornalismo sociale.

Anche per Daniele Tarozzi, che per il Comune di Bologna segue i social media, i cittadini sono fonti di informazione. Ma anche di commenti, di critiche, di lodi…di soddisfazione. “I social sono il regno della velocità, ma la vera comunità si costruisce solo nel tempo ed è un processo lento che richiede molta pazienza”, ha sottolineato in apertura del suo intervento Daniele Tarozzi. Il Comune di Bologna ha cominciato presto ad affacciarsi al mondo dei social: “Siamo partiti nel marzo del 2009, quando abbiamo aperto il canale youtube, con il video del trasferimento degli uffici nella nuova sede del Comune, poi è stata la volta di twitter e facebook, sempre nel 2009, poi flickr instagram pinterest Google plus etc.. ” Nel 2014 il sito del Comune si è fatto in tre: rete civica, area servizi on line e area comunità. “Un tentativo di venire incontro alle esigenze dei cittadini e delle associazioni,  di definire una sorta di spazio, una sorta di social network, a disposizione della comunità con i cittadini che possono aprire un profilo, un blog, partecipare alla discussione in corso…”. I numeri dei social del Comune di Bologna sono numeri importanti: a marzo 2016 c’erano 27 mila fans su facebook, 40 mila follower su twitter, su instagram 10 mila.

Ecco invece una sintesi degli interventi di alcuni dei redattori della Redazione Pilastro 2016 che erano presenti al seminario e hanno preso la parola:

Ingrid Negroni: “Sono una cittadina storica bolognese, ritengo che la ricchezza della nostra esperienza sia data soprattutto dall’eterogeneità della redazione. E’ un progetto partito da un progetto istituzionale, che è stato un enzima. Quello che mi dà molto fastidio è il comportamento dei media, il silenzio dei mezzi di informazione su ciò che c’è di positivo al Pilastro, per esempio proprio il Progetto Pilastro 2016. Perché non parlano delle cose di cui parla il nostro blog?”

Chloy Vlamidis: “La Redazione Pilastro 2016 mi ha dato la possiblità di scoprire delle cose del Pilastro che non conoscevo, mi sono sentita entuiasta di questa esperienza quando ho sentito anche dell’Agenzia di Sviluppo…Penso che il blog sia un bello strumento di narrazione, molto genuino e spontaneo.  Mi piacerebbe che il progetto si potesse estendere ad altre realtà di Bologna. Se i cittadini potessero avere uno strumento per parlare, penso ci sarebbe un confronto più diretto tra cittadini e istituzioni.”

Jonathan Mastellari: “Mi sono unito a questo progetto per due ragioni: scrivo già per altre realtà (su tematiche lgbt e di politica internazionale) e poi perchè abito al Pilastro da quando mi sono trasferito in tarda età. Prima abitavo in un quartiere bene, poi sono cresciuto con mia nonna al Pilastro. Ho vissuto lo stereotipo sulla mia pelle, prima dicevo abito alla fine di San Donato, poi ho fatto un processo… Ora dico sono del Pilastro. Per me è stato interessante e spero che continui ad esserlo.

Alessandro Zanini: lavoro all’Istituzione Minguzzi e partecipo alla Redazione in quella veste. Quello che mi colpisce è la grande autenticità di questo processo, prima è nata fortissima questa cosa… cittadini che hanno preso in carico l’informazione e la costruzione di una identità diversa del proprio territorio, poi ci siamo accorti che era davvero giornalismo partecipativo, giornalismo dal basso…

Un ringraziamento all’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città metropoliana di Bologna

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