Tante persone commosse alla commemorazione della strage del Pilastro

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La chiesa è piena. Persone già in piedi, quando, alle 11 puntuale, termina il coro di Natale e inizia la messa.
Fuori una giornata di sole, fredda ma non troppo.Tanti carabinieri in alta uniforme, tante autorità, l’Assessore Riccardo Malagoli e sindaci con la fascia tricolore e il gonfalone,  il Cardinale Zuppi con il parroco e i chierichetti nella piccola processione che, al termine della Messa, ha accompagnato i famigliari delle vittime al cippo che ricorda i tre carabinieri uccisi, mentre il suono delle campane di mezzogiorno riempie l’aria.

Sono andata con il mio nipotino alla commemorazione per cercare di trasferire la memoria di quel terribile lutto, come altri cittadini del Pilastro che in quel lontano gennaio di 26 anni fa, vissero quei giorni di paura e preoccupazioni. Raccontare la Uno bianca ad un bimbo di cinque anni non è facile: la tromba che suona il “Silenzio”, l’attenzione composta e commossa dei presenti, le corone ed i fiori lasciati sul cippo da una mamma e da un’altra parente sono, forse,  riusciti a comunicargli una memoria che non voglio che si perda.

Alla cerimonia c’erano, come sempre, pochi giovani. L’orario feriale per chi lavora, festivo per studenti e mondo della scuola,  fa sì che la presenza prevalente sia quella della “cittadinanza attiva”, oltre a quella delle autorità civili e religiose. Il problema di come trasferire ai giovani la conoscenza della Strage del Pilastro, mi si era posta mesi fa all’incontro che come Redazione del blog Pilastro 2016 facemmo alle Scuole Saffi, con il gruppo di ragazzi che gestisce il blog della scuola. La prima domanda di un ragazzo nato in un paese lontano fu questa: Racconta  la storia della Uno Bianca.

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Mi resi conto allora, che la memoria trasmessa dalle fiction televisive era molto diversa dalla mia.  Tentai di rispondere, ma ho dato per conosciuto tante cose: che la UNO di colore bianco, era l’utilitaria più venduta al tempo; che in una prima fase le indagini avevano coinvolto abitanti del Pilastro e che 180 persone erano state arrestate l’anno dopo l’eccidio, in una retata all’alba che aveva svegliato tutto il Pilastro. Solo dopo anni furono arrestati i poliziotti killer. Come si possono comunicare i tanti  dubbi che avevamo avuto sul perché ci fossero stati tanti depistaggi e sul perché i Savi avessero dichiarato la “gratuità” delle morti e delle aggressioni al Pilastro e dintorni? Quando si racconta a chi non c’era e che ha sentito solo parte della verità della sentenza che, come dichiarato più volte dal giudice Libero Mancuso che la scrisse, prese atto delle motivazioni dei rei confessi, ma non riuscì a chiarire tanti perché e tanti dubbi. La verità accertata: un gruppo di poliziotti per denaro e “gusto dell’assassinio” impunemente per 7 anni rapinarono banche e supermercati, incendiarono e spararono ad altezza d’uomo in campi nomadi e di extracomunitari, uccisero 24 persone e ne ferirono oltre 100, accumulando somme di denaro troppo basse per un’organizzazione così perfetta e uccidendo, come in agguato, carabinieri in servizio, incontrati per “sbaglio“.

Ricordo che, in quelle sere del 1991, partecipai a sit-in sul luogo dell’agguato: fermi nella nebbia con le torce in mano, infreddoliti e pieni di dubbi, noi abitanti del Pilastro cercammo di comunicare la nostra voglia di impedire che questo territorio fosse un Bronx, in cui delinquenti di ogni tipo potevano scorrazzare a piacimento seminando il terrore. Giornali e trasmissioni televisive presentarono comunque così il Pilastro: fui molto delusa quando mi accorsi che raccontare il Pilastro che reagiva e che noi vivevamo ogni giorno, non interessava nessuno, non garantiva audience.
Quando si concluse il processo contro la cosiddetta “quinta mafia” del Pilastro, nel momento in cui le dichiarazioni dei Savi scagionarono quegli inquisiti, e quando caddero in prescrizione le accuse di falsa testimonianza dei pilastrini che li avevano accusati, nessun giornalista tornò al Pilastro, nessuno fece commenti e servizi straordinari: non faceva più notizia. Nessuno si chiese perché, per andare a rubare auto a S. Lazzaro si debba transitare da via Casini, in cui tutti i poliziotti sapevano che passava tutte le sere il controllo delle forze dell’ordine.

Poi il processo ai Savi e alla banda della Uno Bianca declassò la strage del Pilastro ad uno degli episodi. Le ipotesi inquisitorie dei giudici bolognesi crollarono e la banda fu scoperta grazie alla determinazione di due coraggiosi inquirenti in forza a Rimini, che procedettero nonostante i depistaggi. Nell’opinione pubblica prevalse lo scandalo di ben cinque poliziotti assassini in servizio alla Questura di Bologna per così tanti anni impuniti; emerse che a volte furono incaricati di indagare su crimini da loro stessi commessi, nonostante la presenza di indizi spingesse a sospettare di alcuni di loro.

Per aiutare la mia memoria ho letto gli articoli online sull’argomento, ho cercato in biblioteca i giornali del tempo, ho letto ed ascoltato i materiali che si trovano su internet ad iniziare dall’e-book gratuito ” Uno bianca e trame nere” di Antonella Beccaria. Lo scorso anno era il 25° anniversario ma non ho trovato materiali pubblicati nell’occasione che aiutassero un vero trasferimento della memoria: come sempre, una dichiarazione dei condannati aveva spostato l’attenzione alla loro richiesta di ritornare in libertà, invece che ai fatti e ai loro perché.
Anche quest’anno il telegiornale ci informa della polemica sull’eventuale pubblicazione dell’autobiografia di Fabio Savi. Io però, redattore cittadino del Pilastro, preferisco cogliere l’occasione per condividere i materiali che abbiamo trovato invitando tutti a non perdere la memoria dei fatti reali perché sono molto peggio di un film.

Testo di Claudia Boattini, foto di Chloy Vlamidis

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