Donne di mafia e donne di antimafia alla Fattoria

Il valore della testimonianza e dell’impegno delle famigliari di vittime innocenti di mafie: il titolo esprime pienamente il senso dell’iniziativa che si è tenuta ieri nel salone del Circolo La Fattoria per iniziativa di Coop Alleanza 3.0 e di Libera contro le mafie.
Le tante ragazze presenti hanno ascoltato in grande silenzio la testimonianza commovente e tragica di Marisa Fiorano (nella foto), madre di Marcella Di Levrano, giovane tossicodipendente pugliese uccisa dalla Nuova Corona Unita perché aveva denunciato gli spacciatori, dopo le analisi dell’Emilia sintetizzata da Paola Forte e Anita Marchesini, e il contributo di Tea Federico, avvocato penalista sul ruolo delle donne nella ‘ndrangheta e più in generale nell’organizzazione mafiosa.

Paola Forte e Anita Marchesini avevano aperto l’incontro, dopo l’aperitivo sotto gli alberi della Fattoria, sorseggiando il vino prodotto nelle Terre Liberate con gli stuzzichini di Masaniello Ristorante e pizzeria etica.  Gli interventi hanno sottolineato come l’Emilia Romagna e Bologna furono scelte dalle organizzazioni mafiose come luoghi di investimento e di affari più che di controllo del territorio. Mentre parlavano, mi sono venute in mente le testimonianze di chi abita qui al Pilastro dai primissimi tempi, e che ha sempre raccontato come già nel 1966 la presenza di soggiornanti obbligati era fonte di timore e di tentativi di aggregazione di microcriminalità. Di tutto questo c’è scarsa e lacunosa documentazione scritta e solo negli ultimi 20 anni si sono ricostruiti i percorsi di Totò Riina, confinato a S. Giovanni in Persiceto, di Luciano Liggio (e della famiglia Leggio a Budrio) oltre che di tanti altri tra cui i Commendatore che hanno costruito imperi economici nella nostra regione.

L’intervento di Tea Federico, calabrese che ha studiato a Bologna e già per educazione famigliare impegnata contro la ‘ndrangheta, ha contribuito a sfatare il mito che le donne abbiano un ruolo secondario nelle organizzazioni mafiose. Raccontando la ricostruzione giudiziaria di alcuni casi, ha fatto emergere come l’educazione quotidiana dei figli e delle figlie, la protezione dei famigliari, se non la sostituzione nell’organizzazione quotidiana dell’attività malavitosa, fanno delle donne un perno fondamentale della tenuta di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra. In particolare nell’esperienza calabrese, la donna nelle faide mette la difesa dell’onore al di sopra dell’amore materno, così come nella vendetta contro i collaboratori di giustizia siano pure figli o parenti strettissimi. Far apparire le donne come ininfluenti e non consapevoli ha contribuito a difendere i patrimoni a loro intestati oltre che garantire continuità ai flussi informativi e proteggere i latitanti.

Infine ha preso la parola Marisa Fiorani. Ha raccontato la propria storia di ragazza di un paesino della Puglia di poche migliaia di abitanti, che a fine anni ’60 sposa giovanissima un uomo violento che per anni non ha il coraggio lasciare; nel momento che si separa per difendere le sue tre bambine, viene rifiutata dalla famiglia e lasciata sola. Una storia banale e terribile.

SOLA.
Marisa pronuncia più volte questa parola. Quando si accorge che la figlia compra droga da due poliziotti e va dal Questore a denunciare. E non succede nulla. O quando, cambiato paese per tentare di allontanare il pericolo, lo spacciatore viene addirittura in casa e lei si rivolge al Maresciallo. E non succede nulla. SOLA Racconta di  Marcella rimasta incinta di un uomo che non ne vuole sapere, del tentativo di ricostruire una vita per sé, la figlia e la nipote in un paese del Nord dove deve ricominciare da capo (a fare le pulizie, lasciato un lavoro in cui aveva fatto carriera), e poi la rovina e la figlia uccisa e il riconoscimento di un corpo rimasto in un bosco 10 giorni perché nessuno lo voleva cercare.
Solo il racconto di un pentito ha consentito di punire gli assassini di sua figlia. Solo dopo aver preso coscienza che a sua figlia si negava persino il ricordo, Marisa ha voluto non essere più sola. Inizia con Libera di don Ciotti a  raccontare la propria storia. Preferisce andare nelle scuole, parlare agli studenti che fingono di non sapere chi gestisce il traffico di droga e cosa significa essere coinvolti in quel mondo.

Ha concluso dicendo: “Questa è la mia storia, se volete, ditemi il vostro pensiero”.
Un attimo di silenzio, ognuno turbato da una storia che si vorrebbe che non fosse vera, raccontata con le parole di tutti i giorni senza l’enfasi a cui ci ha abituati la tv, come se fosse la vicina di casa.
Poi un grande, commosso, prolungato applauso.

Testo di Claudia Boattini, foto di Isadora Bergami

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