Biennale: un cantiere per costruire Prossimità

Giornata d’apertura della Biennale di prossimità

Difficile descrivere la Biennale di Prossimità che si è svolta la scorsa settimana a Bologna.  Moltissimi gli eventi, i laboratori, gli argomenti, le parole, gli operatori, i cittadini  che hanno dato vita alle quattro giornate della Biennale.  Quindi non percorrerò il lungo dedalo degli avvenimenti, sarebbe impossibile, ma cercherò di raccontarla “puntando il riflettore” sui due punti estremi del percorso: l’inizio, con le parole di Gianfranco Marocchi  (Co-direttore della Biennale con Georges Tabacchi) e di  Monsignor Zuppi, e la conclusione, con le emozioni dei partecipanti.

Inizio: l’inaugurazione si è tenuta al Salone dei Carracci, Palazzo Magnani venerdì 17 giugno.                                                                                                                                      Novantanove tra Associazioni, Cooperative, Fondazioni, Consorzi, Volontari, Partecipanti.

Prossimi lo si è sempre stati” ha esordito Marocchi. “Cos’è cambiato adesso? Il punto di vista. La prossimità è diventata un percorso di comunità, un prodotto collettivo. Non ci sono esperti alla Biennale, ma c’è scambio, condivisione, costruzione di relazioni. Ognuno porta il suo vissuto di prossimità, per metterlo a disposizione degli altri. E ascolta ciò che offrono gli altri. Si mette tutto insieme per costruire. Costruire prossimità”.                                                                                                                                     Ha proseguito Marocchi. “Il cittadino attivo deve essere portato allo stesso livello delle Istituzioni e del Terzo Settore.  Ma se i cittadini si fanno avanti, l’Ente Pubblico non può fare un passo indietro, non deve farlo. Non è giusto. Perché la prossimità non può sostituire il welfare”.

Sua Eccellenza Monsignor Zuppi ha invitato alla riflessione: “L’opposto di prossimità è lontananza, estraneità, indifferenza. Oggi abbiamo accesso alla prossimità con strumenti tecnologici mai avuti prima. Ma siamo davvero più prossimi?”

Il testimone lasciato nelle nostre mani da Genova è sicuramente pesante da raccogliere. In molti abbiamo pensato: “Saremo in grado di portarlo avanti?”

Venerdì 16: Micro laboratori, Parte la biennale e Il villaggio dea prossimità

Sabato 17: I laboratori, La prossimità in strada  e Cena di Strada

Conclusione: la mattinata conclusiva si è svolta domenica 18, sotto gli alberi di Via Serlio. Seduti in circolo, Tabacchi ha chiesto di descrivere le nostre emozioni. Non riflessioni, solo emozioni. Il lungo silenzio imbarazzato è stato rotto da Caterina Pozzi, responsabile locale della Biennale, alla quale sono poi seguiti, uno alla volta, tutti i presenti. Dopo il primo momento, le parole sono fluite liberamente da una persona all’altra, senza soluzione di continuo. Ognuno ha contribuito alla discussione.                                               Si è parlato di: sorpresa, armonia di linguaggio, tempo a disposizione, corrispondenza tra aspettative e obiettivi raggiunti, clima sereno. Assenza di competitività, di concorrenza. Secondo l’opinione comune i seminari hanno permesso momenti di approfondimento, trasmissione e integrazione di competenze, i corner del venerdì hanno reso possibile il confronto, lo scambio orizzontale tra esperienze diverse.  All’interno della Biennale, le Associazioni, le Cooperative si sono “sciolte”, hanno perso la loro identità e ne hanno creata insieme una nuova. Hanno dato vita a un prodotto collettivo sul quale nessuno ha affisso il proprio marchio.                                                                         Ma si è parlato anche di criticità: mancanza delle Istituzioni (grandi assenti), difficoltà a intercettare e includere parte rappresentativa della cittadinanza del territorio (come ad esempio i centri sociali), necessità di ripensare i modelli per non far perdere, nel prossimo futuro, forza al Terzo Settore. Pericolo di confondere le prestazioni con la costruzione, mettendo così in atto il mandato di “qualcun altro”. Di perdere quel che si è fatto, di perdere la forza delle relazioni, soprattutto quelle a livello locale.

L’augurio per la prossima Biennale? Che possano essere presenti, insieme a noi, tutte quelle persone che non hanno la forza per essere ”cittadinanza attiva”, che non hanno le risorse, che non riescono ad accedere alle informazioni. Perché la  prossimità sta proprio lì.

“Voglio dire, voglio fare, voglio esserci”. E il Pilastro, con l’Associazione Mastro Pilastro e il Blog Pilastro 2016, c’era.

Foto e testo di Lorenza Zullo

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