19/07/1992

 

“Ci si preoccupa della mafia solo quando crea problemi di ordine pubblico. Quando crea morti. Invece non sono quelli i momenti in cui dovremmo maggiormente preoccuparci, perché i morti sono il segnale che la mafia è in crisi. Quando sembra non esserci, quando tutto sembra tranquillo, l’attenzione dello Stato e dell’opinione pubblica scema, ma è lì che la mafia si dimostra davvero pericolosa.

Questo tipo di criminalità organizzata  non può vivere se non ha un certo rapporto con il potere che è essenziale a questo tipo di organizzazione mafiosa, ed è una delle ragioni per la quale è più difficile che il potere si muova globalmente contro di essa.

Queste sono solo alcune delle toccanti parole della bellissima intervista  proiettata questa sera In ricordo di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta.  E. Loi, C. Traina, E. Walter Cosina, A. Catalano, per rinnovare Memoria e Impegno oggi, 25 anni dopo (LIBERA Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), rilasciata alla TSI Televisone Svizzera nel 1992 da parte di un insolitamente sorridente Borsellino.

“Dovunque il mafioso arriva, anche “solo” per movimentare il denaro, porta sempre con sé violenza e criminalità. Non dobbiamo mai dimenticarlo.

L’equazione mafia e sottosviluppo? Non è un’equazione costante. E’ negli ambienti degradati che la mafia recluta più facilmente la sua manovalanza, i suoi operai, i difensori dei suoi interessi. Ma non è in quegli ambienti che nasce e prolifera.

A quattordici anni io e i mei coetanei credevamo che la mafia non esistesse, che fosse un’invenzione o che se anche esistesse, non fosse così pericolosa perché almeno creava posti di lavoro, toglieva le persone dalla povertà.  Oggi nessun adolescente potrebbe credere questo.

Vi è stata da parte dello Stato una delega totale e inammissibile nei confronti della Magistratura e delle Forze dell’Ordine a occuparsi esse sole del problema della mafia. E’ costante l’atteggiamento di delega dello Stato nei confronti della mafia. L’attenzione delle Autorità centrali al fenomeno mafioso non ha mai comportato un impegno collettivo, una presenza collettiva per combatterlo, perché si è sottovalutato il fenomeno e perché lo si è considerato un fenomeno regionale. Nei riguardi di questo fenomeno  si è caricata la responsabilità su  una sola persona o un gruppo o solo un organismo, come ad esempio la Magistratura,  senza che insieme e attorno vi fosse una presenza di tutte le Istituzioni statuali in tutto il suo complesso.  Non si può combattere seriamente la mafia se non c’è l’impegno di tutto lo Stato”.

Così creiamo gli Eroi. Così continuiamo a crearli. Lasciandoli soli.

Soli a combattere. Soli a morire. 

Testo di Lorenza Zullo

Foto tratta dal Web

 

 

Annunci