Una pilastrina dottoressa in semiologia: il suo studio sul nostro rione.

Alla Biblioteca Spina potete trovare la tesi di Elena Urbani, un’analisi del Pilastro nuova, molto documentata e che da voce a chi vive qui. Mi è sembrata molto interessante e poichè tantissimi di noi non sanno che cos’è la semiotica, ho deciso di intervistarla e farmi raccontare in modo semplice cosa viene fuori dal suo studio.
Redazione: quali le novità della tua tesi?
Elena Urbani: l’utilizzo di mappe emotive disegnate da una ventina di abitanti del Pilastro per capire quali sono i luoghi più o meno amati del nostro rione, i luoghi legati a un ricordo caro e quelli invece temuti ed evitati.
Come cittadina, facevo parte del Cantiere Narrazione all’interno del Progetto Pilastro 2016, di quel gruppo di lavoro che ha chiesto a uomini e donne, giovani e anziani,appartenenti a famiglie italiane o straniere, di disegnare una mappa del quartiere, utilizzando diversi colori per rappresentare il proprio vissuto. E’ una tecnica utilizzata in vari ambiti di studio, ed io, con il supporto dei miei docenti, ho potuto applicarla qui e farne una parte della mia tesi.

Come vedete dalle mappe pubblicate, con i diversi colori ed ognuno in modo diverso, ha segnato il proprio vissuto spaziale e relazionale su un foglio che, domanda dopo domanda, si è riempito di linee, percorsi, punti di riferimento, e ostacoli. Sono emerse sollecitazioni molto nuove, che raramente vengono tenute in conto nelle analisi tradizionali del Pilastro.

Redazione: Ma cosa ci dicono queste mappe “emotive” e soggettive?
Elena Urbani: Esse, messe insieme, hanno dato vita ad una narrazione collettiva che risponde a tante domande sul Pilastro: quali zone del quartiere sono più frequentate e quali invece spesso evitate per timore o per ignoranza? Quali sono i luoghi di incontro e di socialità nei diversi momenti della giornata? Dal lato pratico questo vuol dire interrogarsi su come i luoghi, pensati e progettati dagli architetti e dagli urbanisti, vengano poi concretamente utilizzati dai cittadini e come dunque si potrebbero mettere in atto modifiche strutturali per rinforzare o narcotizzare pratiche positive o negative di utilizzo dello spazio. Su questi temi si terrà un seminario, proprio alla Biblioteca Spina il 24 novembre prossimo.

Redazione: In alcuni capitoli analizzi la questione del “ghetto” Pilastro, innanzi tutto per come e dove fu costruito.
Elena Urbani: Sì nel capitolo 3, spiego, utilizzando il quadrato semiotico, che il Pilastro disegnato dagli urbanisti in modo da “non poter vedere e non potere essere visto” mostra una conformazione spaziale ghettizzante.
Il rione da un punto di vista esterno è difficilmente accessibile sia alla vista che all’attraversamento e dunque è poco praticato e conosciuto da chi non vi abita… e sappiamo che è proprio l’ignoranza a determinare la paura verso un luogo: si teme ciò che è sconosciuto, no? E anche dal un punto di vista interno il quartiere è costruito quasi per ordini concentrici che occludono la vista e la relazione con le aree immediatamente adiacenti. Strade, palazzi, accessi, la loro disposizione non è mai puramente materiale e neutra, ma dà senso allo spazio e alle persone che in esso vivono.

Redazione: Nel capitolo “Media e stereotipi: la costruzione del ghetto” riporti una serie di articoli della fine del secolo scorso. Come mai sono quasi tutti del “Il Resto del Carlino”? Gli altri giornali avevano posizioni differenti? oggi la situazione è cambiata?

Elena Urbani: Per questa parte della mia tesi è stato fondamentale il contributo della Biblioteca L. Spina che conserva un ricco archivio di articoli che riguardano il rione. E’ chiaro che ho dovuto fare una selezione, e gli articoli più rilevanti, che non solo raccontano un fatto ma lo contestualizzano e lo interpretano sono soprattutto de “Il Resto del Carlino”: da questi emerge la costruzione mediatica del ghetto, il carattere di “eccezionalità” delle cose positive che vi accadono (come a dire che la situazione normale al Pilastro è la malavita), il tema del “quartiere difficile” che condanna chi vi nasce ad una vita illegale. E’ stato costruito un nemico della città, costruzione che ovviamente rassicurava perché così facendo si aveva sempre un colpevole da additare e accusare. Oggi la situazione penso sia diversa perché molti pregiudizi sono stati abbattuti ma non è abbastanza: se ieri c’era un’idea sbagliata del quartiere oggi il problema è che le persone non lo conoscono e che i bolognesi stessi non ci sono mai stati.

Grazie a Elena Urbani e per chi volesse approfondire ricordiamo che la tesi depositata presso la Biblioteca Luigi Spina è ammessa al prestito e per consultazione si può cliccare il nostro link:

Elena Urbani_Attraverso il Pilastro. Spazio osservato e spazio raccontato. Analisi semiotica del rione bolognese.(1)

Testo di Claudia Boattini
Mappe tratte dalla tesi: Elena Urbani: Attraverso il Pilastro: Spazio Osservato e Spazio Raccontato Analisi semiotica del rione bolognese

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